20.MAG.2010   17.LUG.2010

ANDREA NACCIARRITI CRYSTALLIZE

Il rapporto tra artista e gallerista, tra la realtà della galleria in quanto spazio convenzionalmente deputato all’arte e il gesto dell’artista sono il punto di partenza di Crystallize. Un rapporto che diventa allo stesso tempo scontro e che intende porre in evidenza i limiti e i vincoli entro i quali è relegata sempre e comunque la creazione artistica; momento di intima espressione che, a denuncia dell’artista, è in costante lotta contro i condizionamenti di natura curatoriale, organizzativa e tecnica presenti all’interno dei meccanismi del mondo dell’arte. Se allora la cristallizzazione è in fisica una transizione di fase della materia, da liquido a solido, nel quale i composti disciolti in un solvente solidificano, disponendosi secondo strutture cristalline ordinate e nella quale si può quindi parlare di una trasformazione che implica la diminuzione di entropia, allo stesso modo la mostra di Andrea Nacciarriti racconta di un passaggio da uno stato liquido a uno solido. Un’inevitabile mutazione del pensiero vergine che scaturisce dalla mente dell’artista in un qualcosa di “altro”, frutto della mediazione concordata tra le pedine di uno stesso gioco. Il tutto si traduce in un intervento dal tono violento e distruttivo, che fisicamente tenta di abbattere tali barriere. Un gesto ribelle che nasce per creare un varco vero e proprio all’interno della galleria in quanto istituzione ma che prontamente riassorbito per evidenti ragioni di sicurezza, mediante il ripristino della fessura ove era collocata la vetrata, impedisce in un qualche modo ancora una volta una completa autonomia progettuale. La consapevolezza delle regole e delle dinamiche insite nella “vetrina dell’arte” e la frustrazione che in parte ne deriva sono una sorta di autoritratto sarcastico dell’artista stesso. Una dichiarazione di consapevolezza della costante “digestione” sistemica da parte della “struttura” nei confronti della creazione artistica che culmina nell’ironica crocifissione dell’artista medesimo messa in scena nell’opera Selfportrait, 2010 e trova il suo epilogo nell’atto che per un istante permette all’artista, mediante un gesto intimo e primordiale di appropriarsi senza compromessi della galleria scacciando dalla propria mente e per pochi istanti l’incubo perenne del fallimento.


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