25.SET.2008   31.OTT.2008

ERIC ANGLES, JASON BOUGHTON, HILARY GRAVES, JOHN KELSEY AND SYLVERE LOTRINGER, TAYLOR KRETSCHMAR, CHARLES MAYTON, EILEEN QUINLAN, AMELIA SADDINGTON, JOSH TONSFELDT, THOMAS TORRES CORDOVA
HERMANN'S GRID

Project curated by Gareth James

Gareth James, inglese di nascita (Londra 1970) ma americano d’adozione (vive e lavora a New York dal 1997), divide la sua ricerca tra la produzione artistica e la riflessione teorica. Nel 2006 è stato protagonista di un progetto alla galleria Franco Soffiantino e di un progetto performativo realizzato insieme a Cesare Pietroiusti. Oggi è in veste di teorico e curatore. Proprio l’ambivalenza, il “dilemma” come lui preferisce definirlo, fa da filo conduttore e da collante tra le due attività. Più precisamente: l’analisi del dilemma, come costruzione linguistica e non come ricerca di contenuti, sfocia nei suoi due possibili risvolti, si manifesta attraverso due attività ambivalenti. Nella mostra precedentemente citata (11 Novembre 2006), l’artista James, attento conoscitore della teoria lachaniana, ha dichiarato: “Il problema di disegnare su un pezzo di carta non è cosa disegnare, bensì il fatto che il foglio ha due facce”. Ora come allora, anche per il curatore James, l’accento è spostato sulle manifestazioni ambigue della forma più che sui contenuti del messaggio. Sul gioco degli incastri linguistici i cui elementi, a seconda di come vengono incastrati, possono dare letture diverse, anche contraddittorie. Il dilemma diventa soggetto, opportunità da ricercare, possibilità di esperienza, e non ostacolo con cui confrontarsi al fine di trovare una soluzione univoca, la migliore possibile. Non c’è una ricerca valoriale, ma l’analisi delle strutture che sono alla base dei contenuti e che opportunamente scomposte possono dare adito ad interpretazioni molteplici. La griglia di Hermann è un reticolo bianco e nero, è uno schema fisso, bidimensionale, che per definizione non dovrebbe lasciare adito a nessuna digressione. Esso però, per un effetto ottico, pare muoversi, sfumarsi in raggi luminosi che si proiettano all’interno del nero dei riquadri. Ciò nonostante l’occhio umano non può fissare quello che per costruzione è statico, da qui l’illusione ottica di una griglia composta di luci vibranti. Anche l’idea curatoriale emerge soltanto per scomparire, lasciando il posto ad un’illusione in cui ogni artista diventa curatore inconsapevole della mostra per la quale è stato selezionato: Gareth James invita artisti che hanno esercitato un potere sulla scelta, imponendosi a lui per la loro testardaggine ed indipendenza. Scegliendo quindi, ma passivamente. Il concetto stesso di scelta è linguisticamente scomposto, la ricerca dei contenuti è sostituita da un dialogo in cui i soggetti che ne prendono parte hanno funzione ed acquisiscono valore solo all’interno del dialogo stesso. Confermandolo e al contempo contraddicendolo. Il curatore James crea dei principi di selezione ai quali tutti gli artisti selezionati rispondono. Tutti meno uno per ognuna delle categorie create. Il dilemma, l’ambivalenza, l’illusione, l’eccezione che conferma la regola, il gioco delle strutture che si scompongono e si ricompongono. L’artista James gioca con la pratica curatoriale come strumento della sua opera, come pretesto di creazione artistica che si manifesta non attraverso un manufatto, ma attraverso la composizione delle opere di altri artisti. Le opere, osservate singolarmente, dimostrano di soffermarsi, più che sul loro contenuto, sul valore linguistico che esse acquisiscono nel dialogo intrapreso con lo spazio che le ospita e tra loro stesse. Ogni opera acquisisce valore all’interno del dialogo, ma potrebbe completamente perderlo in un contesto differente.



"Quando si chiede ad artisti provenienti da gallerie commerciali di curare mostre di giovani artisti emergenti, si crea sempre un dilemma. Sappiamo che, secondo le definizioni date dai dizionari della nostra lingua, siamo di fronte a un dilemma quando una persona riceve due o più messaggi contrastanti e un messaggio contraddice l'altro. In una tale situazione, una persona avrà torto qualsiasi risposta ella dia. Chi riceve il messaggio non può esprimersi in merito al conflitto, risolverlo né dissociarsi dalla situazione. Ci sono ulteriori complicazioni quando i dilemmi fanno parte di una relazione in atto che coinvolge la persona. Rispondere positivamente a queste richieste significa mettersi nella posizione di vedere il proprio nome messo all’opera, conferire legittimità a dei giovani artisti che non ne hanno bisogno né la desiderano, garantendo il loro valore come una banca nazionale che sostiene la propria valuta o le proprie banche d'affari prive di scrupoli. Il fatto che gli artisti curino le mostre dovrebbe mitigare l'atto brutale della selezione ma non ne è così: è una mera personalizzazione della faccenda in modo che sembri più casuale, addolcisce l'intero business conferendogli un affascinante bagliore di soggettività. Ma tutto ciò è incontestabile: spesso la vita sembra essere fatta per poco più di un debole tentativo di farsi un Nome che si incontra per primo quale riflesso alienato che precede la persona cui si riferisce e che alla fine coincide marginalmente più con la sua singola esistenza che con un effetto statistico, e sentire che il proprio nome torna con tanta facilità alla sua funzione di distinzione nell'ambito dei campi di forza istituzionali non è un toccasana per l'umore. Tuttavia rispondere con un no è cautela ridicola, per non dire un atto di pedanteria: si assurge così a figura di personaggio gretto ed egoista. Mentre il chiamarsi fuori dalla situazione non è neppure da considerare, una considerevole ambivalenza dà accesso ad altre possibilità: trasferimento e condensazione sono due operazioni curiose per la loro presenza sia nel registro soggettivo che in quello oggettivo della produzione di un concetto. Nell’opera freudiana queste due operazioni occupano una posizione centrale, e appaiono anche nell’analisi strutturale del linguaggio e dell’arte di Roman Jakobson. Pertanto la soluzione è chiara: passare la mano – trasferire e condensare il problema delle attività di curatore su un'altra combinazione soggetto/struttura. Ludimar Hermann (1838-1914) diede il suo nome (volontariamente) a un’illusione ottica che ci offre un campo in cui si possono vedere nomi, funzioni strutturali e posizioni provvisorie inserirsi e uscire dalla visuale in modo esasperante. Da questo momento, tutto ciò che mi è rimasto da fare è stato adempiere il mio ruolo di curatore con una considerevole ambivalenza, in cui l’idea relativa alla cura emerge soltanto per essere vanificata e scomparire: invertire la normale relazione fra forze del processo selettivo invitando artisti che hanno esercitato un potere su di me con la loro estrema testardaggine e indipendenza, poi creare un elenco di regole alle quali almeno un artista costituisce l'eccezione:

1. Tutti gli artisti di questa mostra sono artisti.
1b. Tutti gli artisti di questa mostra sono giovani.
2. Tutti gli artisti di questa mostra sono artisti sono stati miei allievi.
3. Tutti gli artisti di questa mostra lavorano in équipe.
3b. Tutti gli artisti di questa mostra si conoscono.
4. Tutti gli artisti di questa mostra sono stati entusiasti di partecipare e non hanno avuto bisogno di essere convinti.
5. Tutti gli artisti di questa mostra rappresentano una rete di relazioni e interessi che supera quella di questa mostra.

Gli artisti sono: Eric Anglès, Jason Boughton, Thomas Torres Cordova, Hilary Graves, Taylor Kretschmar, John Kelsey and Sylvère Lotringer, Charles Mayton, Eileen Quinlan, Josh Tonsfeldt."

Gareth James, New York, settembre 2008



inizioindietro