07.FEB.2008   08.APR.2008

EI ARAKAWA, HENNING BOHL, NORA SCHULTZ
NON-SOLO SHOW, NON-GROUP SHOW

I primi di Ottobre, di ritorno da una performance, incontrai Franco per discutere della nostra collaborazione. Ho pensato a dei mobili in movimento, proprio come ho fatto in Meerrettich on Ice alla fine del 2006. Qui i mobili perdevano la loro usuale funzione, acquisendo quella di strumenti performativi attorno a cui muoversi e riconfigurare costantemente la propria immagine. Successivamente ne parlai a Franco. In quello stesso periodo chiesi a due miei amici artisti di Berlino di partecipare alla mostra di Torino e renderla così più significativa.
Il 18 Ottobre 2007 mandai un’e-mail a Nora Schultz e due giorni dopo a Henning Bohl: Mi sto chiedendo se accettare o meno questa offerta. Non ho mai fatto prima d'ora un solo show.... Lo trovo abbastanza interessante, ma credo che si possa fare qualcosa di più importante insieme. Mi chiedo se siate interessati a presentare con me un non-solo-show, (che poi non è neanche un group-show), senza creare uno spazio tripartito, ma piuttosto mescolando tre o più identità in un’unica idea. Volando da NY a Vienna, Berlino e Torino, si è creata una forma di cospirazione, una gang bizzarra ma anche molto innocua. Ovunque questa gang arrivi c’è l'attesa che qualcosa si possa costruire. Diversi palcoscenici, non uno ma molti, sui quali il materiale viene spostato, lasciando indietro una massa di detriti e molte domande. L’intervista dietro le quinte offre sempre l’impressione di fornire le vere risposte. C’è un’altra cosa che ho bisogno di dire: in questi giorni, seduto nel mio appartamento in una sorta di vacuum natalizio, sono stato felice di ritrovare ‘THE HALAL FILE’ di Jutta Koether. Le registrazioni sono di NY, Parigi e Colonia e ci sono le definizioni in Inglese e in Tedesco di ‘HALAL’ scandito da Jutta, che è un po' il manifesto del suo approccio interpretativo. Il libretto ha un testo nel quale le registrazioni vengono eguagliate alla 'realtà’. Ritengo che questa miscela di manifesto e soggettività sia qualcosa che avrebbe senso includere nel nostro lavoro di gruppo. Riflettendo sul concetto di ‘palcoscenico’, o dell'installazione intesa come palcoscenico e delle sculture come ‘Attori’, mi sono reso conto che già molti artisti alla fine degli anni '90 dovettero confrontarsi con questo tema, sebbene in modo totalmente diverso, forse più descrittivo. Vorrei riuscire a capire quali sono o quali potrebbero essere, le differenze rispetto a questa generazione di 10 anni più vecchia. Ricordo ancora la strana sensazione che mi diede attraversare l’esposizione ‘German Open’ a Wolfsburg (1999). Lo spazio organizzato come fosse una grotta, come in un computer game, e tutte quelle massicce installazioni di abiti, styrofoam e MDF...L’idea di installazione sempre connotata con le figure di instabilità, robaccia, prospettive molteplici. Ciò che provai riguardo alle installazioni di Jonathan Meese, John Block e Jason Rhoades fu solo potere. Mi sentivo in contrapposizione a quelle potenti macho installazioni e allo stesso tempo affascinato. C’erano alcuni aspetti che mi interessavano e mi sarebbe piaciuto elaborarli in maniera differente, trovare il modo di realizzare una sorta di monumentalità fragile.
Ei Arakawa


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