22.MAG.2007   14.LUG.2007

RYAN JOHNSON AMBIEN EYES

SAM LEWITT 1010 IN UNIVERSAL CITY

Le sculture di Ryan Johnson (1978, Karachi, Pakistan; vive a New York), sembrano emergere da una dimensione da sogno o da incubo. Utilizzando materiali scultorei di tipo “tradizionale” come argilla, resine plastiche e legno, ma anche fotografie e ready-mades, il lavoro di Johnson sembra acquistare forma completa da quel territorio in penombra tra la veglia e il sonno, tra la ragione e l’assurdo. In Ambien Eyes (amber), riunendo oggetti quotidiani, come cotone, cappucci colorati, bulloni, tazze di carta e fili, Johnson ha realizzato e poi fotografato piccole costruzioni di occhi, bloccate nell’atto di fissare lo spettatore. Il titolo si riferisce alla popolare prescrizione della pillola per dormire, l’Ambien, ed allude alle recenti notizie di comportamenti bizzarri, mostrati da alcuni consumatori di questa droga, come il camminare, il mangiare, il guidare e anche il fare acquisti durante uno stato di sonno. Gli occhi del sonnambulo sono aperti, ma vacui, non vedono “oggettivamente” come nella vita di tutti i giorni. In Bust (woman) e Bust (man), busti monumentali di un’età imprecisabile diventano dei piedistalli su cui sono posti dei barattoli per un’esercitazione di tiro, la dimostrazione di un divertimento aggressivo. Il tempo, visibile nei “secoli” di decomposizione, sembra sprofondare nei buchi praticati su queste sculture “colpite”, così come nei fori di proiettile che lacerano il bersaglio in un solo istante. Vernice a smalto lasciato gocciolare dissolve le forme dei busti, sia a livello visivo che concettuale, come se fossero stati erosi dagli agenti atmosferici. Lo stesso avviene in Clean White Sock, una robusta scultura fatta a mano che raffigura la protesi di una gamba, in cui tratti di matita sostituiscono i peli delle gambe. Head Wind è una scultura montata a muro costituita da quattro vassoi da aereo il cui cibo è stato meticolosamente falsificato. Il contenuto dei vassoi è stato fatto sobbalzare fuori nell’aria e lì immobilizzato, una violenta turbolenza in un’animazione bloccata.

Il progetto 1010 in Universal City di Sam Lewitt (1981, Los Angeles; vive a New York) è invece costituito da diversi elementi, tra i quali una serie di bozze, lasciate incomplete, per un ipotetico quotidiano. Questi canovacci fittizi non hanno una numerazione progressiva delle pagine e sono privi di contenuti narrativi; essi rappresentano delle “superfici”, dei modelli riproducibili in serie e potenzialmente validi per ogni tipo di contenuto. L’unico nesso che li lega è l’attinenza ad un vincolo temporale, la loro costruzione, seppur in questo caso fittizia, è strutturata in base alla loro fedeltà al calendario. Il contenuto che Lewitt propone per questi modelli deriva dall’osservazione di pubblicità di orologi di lusso su The New York Times, i cui annunci sono stati selezionati, ritagliati e archiviati dall’artista stesso secondo una numerazione progressiva. Queste pubblicità, in cui sono raffigurati orologi con le lancette fisse alle 10:10, diventano una serie di immagini, che immortalano un orario preciso della giornata, ma che sono cronologicamente determinate dalla sequenza giornaliera delle loro pubblicazioni.
La riflessione di Lewitt si avvicina al cinema, inteso come insieme di immagini discontinue dissolte in una sequenza continua, ma, a differenza dei materiali di un film, la successione degli annunci pubblicitari e delle loro piccole differenze è possibile solo se ricomposte in una struttura esterna: la loro continua ripetizione giornaliera.


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