11.NOV.2006   20.GEN.2007

GARETH JAMES DEAD UNCONSCIOUS DESIRE

CESARE PIETROIUSTI UNTITLED

GARETH JAMES- Dead Unconscious Desire
“Cos’è l’architettura? Adolf Loos dice: ‘Stai attraversando un bosco quando vedi un rialzo del terreno lungo due metri e largo uno, di forma pseudo-piramidale; allora diventi immediatamente serio e senti qualcosa dentro che ti dice: qui c’è sepolto qualcuno. Quella è architettura’ In questa definizione, l’architettura viene riconosciuta innanzitutto dalla sensazione che produce, sensazione che non ha niente in comune con quelle che si possono cercare in un parco giochi o al luna park: si diventa seri ascoltando l’eco della presenza di una sorta di Et in Arcadia ego che ti fa pensare che sia presente qualcosa di invisibile, o piuttosto che si percepisce una assenza, che evoca qualcuno che non vive qui, anzi, evoca qualcuno che è qui, ma non vive. Come se ci fosse una casa costruita non per viverci, una casa di nessuno, una casa per nessuno. L’architettura, per Loos, comincia con una dimora che non ha un indirizzo”.
Dennis Hollier, Against Architecture

Il problema dell’arte non è un problema di contenuto (cioè il problema di rispondere alla domanda di che cosa l’arte si dovrebbe occupare, né alla domanda se l’arte in particolare abbia qualcosa da dire). Il problema dell’arte è un problema di materiali. L’arte ha molto da dire sul mondo e il mondo ci ha, di recente, fornito molti argomenti di discussione. Ma i materiali... i materiali, d’altro canto, rappresentano una risorsa facilmente esauribile. Il problema dell’arte è identico ai problemi del resto del mondo. Ovviamente. Il problema dell’arte è appesantito dal fatto che una buona opera d’arte esaurisce il materiale di cui è composta nell’atto stesso della sua manifestazione. Non dovrebbe rimanere niente, niente che possa essere accumulato o capitalizzato, né dall’artista, né da altri. Come dice Michel de Certau della Tattica rispetto alla Strategia: “La tattica non può trattenere ciò che guadagna”. I materiali possono parlare per se stessi, sia al loro apparire, sia quando diventano obsoleti, ma tendono a tacere nel momento intermedio mezzo, che è proprio quando il capitalista si fa vivo. Dire le cose sbagliate porta ad avere rapporti problematici con il governo, il sovrano o la religione. Possedere le cose sbagliate (o non possedere assolutamente niente) determina rapporti problematici con la Legge. I materiali hanno rapporti difficili con la polizia. Sia per Marx che per Heidegger, il problema è la tendenza a reificare il pensare e il fare nell’avere, quindi un problema di proprietà. Da allora il capitale ha solo intensificato questo problema fino al punto che i rapporti di proprietà hanno permeato interamente il visibile. Il problema dell’arte è come essere Realista avendo intorno la polizia. “Realista significa mettere a nudo le reti causali della società / mostrare il punto di vista dominante come il punto di vista dei dominatori / scrivere dal punto di vista della classe che ha preparato le soluzioni più ampie per i problemi più urgenti che affliggono la società umana / enfatizzare le dinamiche dello sviluppo / materiale e così via, da incoraggiare l’astrazione”. Bertolt Brecht, The Popular and the Realistic. Ecco come il problema dell’arte diventa il pensiero della topologia. Il problema di disegnare su un pezzo di carta non è cosa disegnare, bensì il fatto che il foglio ha due facce. La topologia, per Jacques Lacan, è il Reale della struttura sbucciato della grammatica. La formulazione apparentemente paradossale di Brecht (materiale e così via, da incoraggiare l’astrazione) corrisponde a pensare topologicamente. Se la stessa realtà sociale genera astrazioni che sono determinanti per il modo in cui essa si riproduce, allora queste astrazioni non sono meramente analitiche, bensì entità materiali reali dalle quali dipende la leggibilità della rappresentazione. La produzione di rappresentazioni senza astrazione produce dimore che non hanno indirizzo. DEAD UNCONSCIOUS DESIRE è una mostra fatta di astrazioni mascherate da immagini o linguaggio. Queste astrazioni includono cose come Glass and graffiti, Contract and omertà, Netting and grandine, Tombs, The Tree Line, Squatters in the park and in parking spaces, Guerra siempre al estado, Limbo, and I lived here where Paradise and Hell meet together. Queste cose sono conservate dentro il lavoro, ma come esterne. Questo vuol dire che non sono impiegate come soggetto del lavoro (dove il lavoro è una superficie sulla quale il soggetto scrive se stesso) bensì come forze, forze che alterano la direzione e le tendenze del lavoro (potrei dire che, in un certo qual modo, è simile a come la gravità degli oggetti causa la curvatura dello spazio-tempo). Ciò che ognuna di queste cose condivide sono i difficili rapporti con la rappresentazione. La pratica dell’omertà è il rifiuto di fornire una piena rappresentazione. Le tombe del cimitero di Torino non riescono a raggiungere il referente designato; oppure potremmo pensare alla linea degli alberi come alla linea alla quale gli alberi non possono più scriversi su una superficie di iscrizione troppo inospitale per tale soggetto. Adesso scopriamo che il Vaticano ha scelto di riconsiderare se il Limbo esista davvero. Stabilito che l’attuale Papa ha dichiarato (dopo essere stato incaricato da Giovanni Paolo II di guidare la riconsiderazione della teoria relativa al limbo) che il concetto di Limbo era un arcaismo e che questo sembra garantire la sua sparizione, nonostante l’enorme tensione che questo crea nella rappresentazione del paradiso e dell’inferno. Una rappresentazione che non ha più supporto materiale. Che straordinaria rivalutazione!
Gareth James, novembre 2006

CESARE PIETROIUSTI - Una performance con Gareth James
Ho pensato a dei lavori sul tema del non-capire. Vorrei provare a descrivere a voce, su un nastro, tutte le cose che, nell’arco di una giornata, non capisco: una parola pronunciata da qualcuno in fretta o in un’altra lingua, un immotivato segno sul marciapiede, un comportamento inatteso, una sagoma indecifrabile vista con la coda dell’occhio e poi perduta, uno strano sapore nella bocca…Mi piacerebbe anche registrare e poi riascoltare varie persone che cercano di descrivere le cose che ritengono più inspiegabili della loro esistenza, o anche della condizione umana in generale. Cose che è talmente ovvio che non si capiscano, che non ci si pone più nemmeno il problema. Vorrei riuscire un giorno a partecipare ad una mostra molto difficile da capire, il cui significato è esplicitato dagli artisti che parlano stando chiusi dentro alcune macchine in sosta fuori dalla galleria. Mi sono chiesto se è possibile cercare di non capire qualcosa apposta, oppure soffermarsi volontariamente in una situazione in cui una cosa qualunque risulta incomprensibile. Per esempio restare lì a guardare un ventilatore nello stesso modo in cui si ascolterebbe un discorso in cinese. Ho pensato a tutte le parole che stanno sul dizionario della lingua italiana, di cui io non conosco il significato. Mi piacerebbe organizzare una situazione in cui ci sono varie persone che usano tranquillamente tali parole. Ho pensato spesso a fare un lavoro sul tema del “non entrarci”: provare a pensare una cosa che non c’entra con quello che stai facendo o a dire cose che non c’entrano niente con quello che sta succedendo oppure a individuare tutti gli oggetti presenti in un dato posto, che non c’entrano con esso. Mi piacerebbe organizzare una situazione in cui ci sono varie persone che “non c’entrano” - per esempio con (in) una galleria d’arte contemporanea. Ho anche pensato ad una mostra di sculture, in cui le opere esposte siano le descrizioni di oggetti, che non esistono nella realtà fisica conosciuta, magari “visti”, dall’artista o da qualcun altro, nello stato di dormiveglia.
Cesare Pietroiusti, ottobre 2006




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