19.GEN.2006   18.MAR.2006

KATE GILMORE, RYAN JOHNSON, RACHEL OWENS,
KUANG-YU TSUI IONESCO’S FRIENDS

Project curated by Irina Zucca Alessandrelli

Mme Martin: Quelle est la morale?
Le pompier: C’est à vous de la trouver
(Ionesco, La cantatrice chauve)

Il ritratto della condizione umana offerto dalle opere teatrali di Eugène Ionesco negli anni Cinquanta è ancora estremeamente attuale. Quello che è stato definito il Teatro dell’assurdo, è caratterizzato principalmente dal tentativo di esprimere l’insensatezza della vita e l’incomunicabilità del disagio esistenziale attraverso il superamento del linguaggio letterario razionale. Secondo Ionesco, dal momento che viviamo in un mondo che ha perso la dimensione metafisica e non ha più misteri, per riportare il senso del mistero dobbiamo sapere vedere il più palese luogo comune nel suo orrore. Per rendersi conto del cliché e del linguggio nella sua falsità, l’unico modo è passarci attraverso. Bisogna sprofondare nel luogo comune. Non c’è niente di più sorprendente della banalità e il surreale si trova nelle nostre conversazioni quotidiane. Infatti, il drammaturgo romeno si è affidato a dialoghi onirici, evitando la tradizionale modalità espressiva, proprio per entrare nella realtà stessa, cogliendola così nella surrealtà che la caratterizza. Ionesco quindi propone un approccio antiletterario, mettendo in scena la realtà nella sua modalità folle di manifestarsi e di esprimersi, in uno spietato attacco contro quella che l’autore definì “la piccola borghesia universale”. Contro la personificazione dei luoghi comuni e il conformismo imperante, i giovani artisti presentati in mostra mi sembrano proseguire idealmente questa visione critica. I quattro artisti con stili e mezzi diversi reagiscono al punto di vista unico e al rischio di uniformarsi alla versione ufficiale con un’acutezza perforante che trapassa il banale per scoprirne il risvolto misterioso. I loro lavori, allo stesso modo di Ionesco, non pretendono di trovare una logica dove non esiste, né di descrivere una coerenza che non c’è, ma di cogliere l’essenza delirante del quotidiano. A nessuno di loro interessa un approccio realistico, ma alla fine il mondo che ci presentano è più reale del reale. Così i personaggi tridimensionali di Ryan Johnson (nato a Karachi, Pakistan, nel 1978, vive e lavora a New York) dai profili ondulati e dalle tonalità sbiadite altro non sono che figure allampanate fuori contesto, o semplicemente situate in una dimensione più profonda. Rapiti in inspiegabili occupazioni o ciondolanti tra oggetti inutilizzabili, questi esseri in tela modellata sono forse i soli ad avere chiaro il loro destino. Le performance di Kate Gilmore (nata a Washington nel 1975, vive e lavora a New York) sono manifestazioni dai tratti masochistici, sforzi fisici disumani per scopi incomprensibili, reazioni insensate a stimoli inspiegabili che irritano, mettono apprensione e fanno anche sorridere. Come sottili e sferzanti commenti alle pantomime utilitaristiche dell’essere umano odierno ci conquistano per la semplicità dei mezzi e la candida perseveranza. Gli animali in cartone di Rachel Owens (nata ad Atlanta nel 1972, vive e lavora a New York) hanno una parvenza rassicurante, ma solo al primo sguardo. I cani intorno al fuoco sono costruiti con il cartone degli scatoloni su cui sono rimasti i marchi di multinazionali legate al contesto torinese a cui l’artista fa riferimento. Basta avvicinarsi per vedere che questi animali dallo sguardo fiero sono feriti o addirittura senza arti, in riferimento ai cani bomba usati negli attacchi terroristici. Lo scenario allarmante è poi indiscutibilmente sottolineato dal segnale sonoro che emerge come fumo dal falò di vetro e recita: «Save Our Souls». In equilibrio sul crinale che separa la farsa dal dramma si inseriscono anche i video di Kuang-Yu Tsui (nato a Taipei nel 1974, dal 2006 vive e lavora ad Amsterdam). Nel tentativo di dare un senso al mondo circostante e alla nostra presenza in esso, i suoi lavori hanno come protagonista l’artista stesso che, in luoghi pubblici, si presta alle più impensabili messe in scena. Con estrema professionalità Kuang-yu prende la forma delle piante che trova sulla sua strada, o si lascia scivolare sulle rotelle di una sedia da ufficio per le periferie scoscese del mondo nella più fredda impassibilità. Di questi incontri Ionesco andrebbe certamente fiero.


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